le fondamenta volarono in alto
le altezze precipitarono negli abissi
Libeň, novembre–dicembre 1916
Ladislav Klíma, in: Bohumil Hrabal, Le nozze in casa
La casa che cercavo dava un’impressione complessivamente piacevole, davanti al cancello c’era un lampione a gas, il marciapiede di ciottoli doveva essere stato sistemato da poco, e il fossato era stato appena ricoperto. Il lampione era già acceso, vidi che il numero era quello giusto, il ventiquattro. Entrai. Nell’androne si sentiva odore di vino versato e di freddo. L’intonaco si staccava dalle pareti umide come pasta sfoglia. Entrando nel cortile dovetti quasi fare un balzo indietro: una donna bionda in reggiseno e pantaloni viola stava buttando secchiate d’acqua fino al davanzale, poi le spingeva verso la fogna con una scopa. Attraversai una pozzanghera lunga, salii sei gradini e mi ritrovai in un secondo cortile più piccolo. Al primo piano correva una galleria esterna con ringhiera in ghisa, e sopra di essa si innalzava il muro dell’edificio vicino, nudo, alto due piani, senza finestre, così lungo da gravare sull’intero cortile e sulla finestra illuminata. A sinistra c’era una struttura per battere i tappeti, e dietro la porta aperta della lavanderia usciva odore di detersivo e di fogna. Andai avanti, attirato da quella luce al pianterreno, la luce fredda di una lampada a filo che si poteva tirare su e giù. In contrasto con l’atmosfera quasi accogliente del piccolo cortile, quella finestra emanava un freddo che mi fece rabbrividire. Due caprifogli crescevano davanti al muro, arrampicandosi sui fili tesi nel cortile, i loro tralci pendevano e poi risalivano di nuovo, sfiorandomi le spalle, e io, facendomi coraggio, mi avvicinai alla finestra.
Alloggiavo a Libeň, v Domě Vědeckých Pracovníků, nella Casa degli Scienziati, come allora si chiamava quella torre di cemento di dieci piani che sorgeva solitaria su una collina ai margini di Praga, in mezzo a un campo improbabilmente vuoto, sopra i vigneti, i prati, le casette e l’autostrada che correva in lontananza. Via Vysočanská proseguiva da Sokolovská serpeggiando; presto lasciavo alle spalle i cartelli “Attenti al cane” e “Divieto d’ingresso”, la strada sterrata continuava nel campo aperto, e dovetti tornare indietro due volte per chiedere se fossi sulla strada giusta. Ma prima di tutto, prima di ogni altra cosa, dovevo compiere il mio pellegrinaggio verso quella casa che allora significava per me Libeň e Praga intera, tutta la forza buona e creativa, il luogo attraverso cui si poteva resistere al mare del male di quel tempo.
Seguivo una mappa abbastanza recente, la migliore che si potesse comprare a Budapest, ma che già allora, a un anno dalla rivoluzione, era stata superata dalla realtà; Praga si stava stiracchiando come dopo un sonno ubriaco e confuso, il tessuto delle strade si lacerava, le fondamenta volavano in alto, le altezze precipitavano negli abissi, cercavo Na Hrázi, la via della Diga, la Diga dell’Eternità, come la chiamavano Hrabal, Vladimír ed Egon Bondy, alla porta di Libeň, vicino al braccio morto della Moldava, dove Tekla, la contessa ungherese, moglie di Vladimír,
faceva il bagno nuda a mezzogiorno, i pescatori gettavano le reti a vuoto, un ciclista attraversava i canneti del fiume e si gettava volontariamente in acqua, che corpo aveva, dimmi, che corpo,
ma non potevo proseguire per Zemklova, perché era a senso unico nel verso opposto, solo per i tram; parcheggiai la Trabant dietro la nuova stazione della metropolitana di Palmovka, dove trovai un posto libero tra i nuovi marciapiedi messi alla rinfusa e i mucchi di macerie, e scendendo dall’auto capii subito che ero arrivato nel posto giusto, perché il grande edificio marrone di cinque piani, con le finestre vuote come orbite e i negozi chiusi al pianterreno, con sopra il globo in ferro e la scritta SVĚT, era proprio quello
il ristorante, il cinema, il palazzo chiamato Mondo, dove andavamo a tutte le proiezioni. In quel quartiere chiamato Židý c’era una proprietà il cui padrone si chiamava Mondo. Dopo lunghe riflessioni capì che non era un caso che si chiamasse così. Vendette tutto ciò che aveva, accese un prestito, e costruì il cinema Mondo. Alla prima proiezione, un film americano, Il Diluvio, mentre sullo schermo pioveva a dirotto e l’Arca di Noè galleggiava tra i flutti, l’acqua della Moldava sfondò le cantine del cinema, il pubblico stava con i piedi nell’acqua, ma la proiezione dovette continuare fino alla fine. Così il signor Mondo sperperò un milione di corone per il cinema Mondo. Si sparò. Ora sotto ogni proiezione si sente il rumore delle pompe, e sull’edificio resta il globo di ferro con la scritta “Mondo”.
Ma la stradina non aveva nome, così proseguii lungo Na Žertvách, poi girai a destra, poi ancora a destra in via Ludmilina, e infine arrivai su Na Hrázi: i numeri crescevano sul lato destro, diciotto, venti, ventidue, e poi giunsi al capolinea dietro la nuova stazione della metropolitana di Palmovka, dove al posto del numero ventiquattro, tra mucchi di macerie, proprio come tra i nuovi marciapiedi messi lì alla rinfusa, stava la Trabant, come un vecchio cavallo paziente che ogni notte riportava il cocchiere ubriaco Hausmann fino alla porta di casa sua a Běrkovice. E allora capii che ero arrivato tardi, che l’ondata del tempo aveva superato la Diga dell’Eternità, le altezze erano precipitate negli abissi, e le fondamenta ormai per sempre
fluttuano sopra di noi come le nuvole degli edifici ideali in un dipinto barocco.
[Le citazioni provengono dalle opere autobiografiche di Bohumil Hrabal, soprattutto dalla trilogia Nozze in casa e dal mio libro preferito, Il tenero barbaro, per il quale ho imparato il ceco.]



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