Le porte dei morti

Antal Szerb menziona le porte dei morti in Il viaggiatore e il chiaro di luna. Sono strette porticine laterali accanto all’ingresso principale delle case umbre e toscane, spesso collocate a circa un metro dal livello del suolo e quasi sempre murate. Si aprono soltanto quando bisogna portare fuori un defunto; poi vengono nuovamente chiuse con i mattoni. Secondo Szerb, lo si fa affinché l’anima del morto non riesca più a ritrovare la strada di casa.

Di recente ho scritto che queste porte potrebbero avere un’altra spiegazione, anche perché nel folklore dell’Italia centrale quasi non compare il motivo del fantasma dannoso che ritorna. È possibile che l’usanza risalga piuttosto alle porte doppie delle tombe etrusche della regione. Una delle porte era reale e permetteva ai vivi di entrare nella camera funeraria e partecipare al banchetto funebre insieme al defunto. L’altra porta, invece, era dipinta o scolpita sulla parete di fondo della camera – o sopra di essa – e solo l’anima del morto poteva attraversarla. In questo senso, le «porte dei morti» non servivano originariamente per uscire dalla casa, ma per entrare in un’altra dimensione.

Nel nostro recente viaggio etrusco abbiamo incontrato diversi esempi antichi di questa idea.

Nella necropoli di Monterozzi, a Tarquinia – le cui circa duecento tombe dipinte costituiscono l’archivio figurativo più ricco della mitologia etrusca – compare una grande porta dipinta sulla parete di fondo della tomba della famiglia Anina, del III secolo a.C. È custodita da due guardiani dell’aldilà, chiamati Charun in etrusco, ciascuno con un martello in mano. Il martello serviva ad aprire questa porta al defunto, proprio come nel Medioevo si aprivano con un martello le «porte dei morti» per far passare la bara.

Molti sarcofagi della necropoli di Monterozzi sono finiti nel museo archeologico di Tarquinia. Sui coperchi il defunto appare spesso reclinato su un fianco, con una coppa di vino in mano, come se prendesse parte al proprio banchetto funebre. Le parti frontali dei sarcofagi sono decorate con scene mitologiche che simboleggiano la morte o raffigurano la visione etrusca dell’aldilà. Queste scene sono analizzate in dettaglio nel manuale di Lammert Bouke van der Meer, Myths and more on Etruscan stone sarcophagi (2004).

Una scena molto frequente mostra il defunto in viaggio verso l’oltretomba: a cavallo, su un carro a due ruote o talvolta a piedi, sempre all’interno di una piccola processione. In testa al corteo compare di solito una giovane con una torcia in mano, che illumina il cammino del morto. È Vanth, la benevola guida delle anime, che in altre scene è già accanto al morente nell’istante stesso della morte. Tra i compagni compaiono spesso uno o due Charun con i loro grandi martelli, pronti ad aprire la porta all’anima e poi a sorvegliarla.

Il sarcofago H116, proveniente dalla tomba del clan Camna, è collocato proprio all’ingresso del museo, quasi volesse offrire un nuovo esempio della duplicità tra le porte dei vivi e quelle dei morti. Nel rilievo vediamo la porta dell’aldilà nel momento in cui si apre davanti al defunto che arriva a cavallo. Lo guida Vanth con la torcia e lo accompagna Charun con il martello.

Nel sarcofago G30, anch’esso della tomba Camna e databile tra il 275 e il 250 a.C., il numero delle figure dell’aldilà raddoppia. La processione è aperta e chiusa da una Vanth con torcia, e il cavaliere è affiancato da due Charun armati di martello, dei quali il primo conduce il cavallo per la briglia.

In altri sarcofagi il defunto viaggia verso l’aldilà su una biga, un carro a due ruote, privilegio dei grandi signori tra i vivi. Anche qui lo accompagna un Charun o conduce il cavallo, e in un caso un trombettiere chiude il corteo, sottolineando il carattere aristocratico del morto.

Ma il sarcofago più sorprendente appartiene a qualcuno di cui conosciamo persino il nome.

La figura distesa del sarcofago H111 tiene tra le mani un grande rotolo con il testo continuo più lungo conservato in lingua etrusca. Grazie ad esso sappiamo che il defunto si chiamava Laris Pulenas, membro di un’importante famiglia di Tarquinia e discendente del celebre indovino greco Polles, ricordato nella letteratura romana. Egli stesso praticava la divinazione attraverso le viscere e scrisse un libro sull’argomento. Era sacerdote degli spiriti inferi Catha, Pacha e Culsu, per i quali fece erigere un tempio e delle statue. Inoltre faceva parte della magistratura di Tarquinia, motivo per cui il museo chiama il suo monumento «Sarcofago del Magistrato».

Al centro del suo sarcofago, due Charun lo incorniciano con i martelli sollevati, proprio come fiancheggiano la porta dipinta nella tomba Anina. Qui la porta non si vede, ma ai piedi del Charun di destra compare un mucchio di pietre che nelle scene dei sarcofagi segna il confine dell’aldilà. Il morto lo ha già oltrepassato: è dall’altra parte. Le due Vanth che incorniciano la scena non guidano più un corteo; stanno ferme, senza torce, e guardano frontalmente lo spettatore.

Ma dove sono le porte alle quali questi uomini con il martello stanno bussando?

La necropoli di Castel d’Asso, pochi chilometri a ovest di Viterbo, è uno dei cimiteri etruschi meglio conservati, anche se non è molto grande: conta una cinquantina di tombe. Il suo accesso romantico compensa ampiamente le dimensioni modeste. Una strada di campagna serpeggia tra i campi di cavoli e termina in un parcheggio fangoso senza alcuna indicazione; da lì parte un sentiero accompagnato soltanto da un cartello che avverte che, da quel punto in poi, si entra in proprietà privata e che è consentito solo il passaggio a piedi. Della necropoli, neanche una parola.

Il sentiero scende. Camminiamo in una gola e, dopo circa duecento metri, iniziano ad apparire ai lati cornici finemente scolpite e facciate levigate nella roccia. Le cinquanta e più tombe hanno una struttura molto simile: in profondità, sotto terra, si trova la camera funeraria, alla quale si scende attraverso un accesso ripidissimo; sopra c’è un’ampia sala scavata nella roccia, e al di sopra ancora una parete rocciosa perfettamente lisciata. Sulla parete di fondo della sala e di nuovo sulla scarpata si vedono i contorni accuratamente scolpiti di porte: una più piccola, a misura d’uomo, nella sala, e una più grande, monumentale, sulla parete esterna. Sono le porte che solo il morto può attraversare, una volta che Charun gliele ha aperte.

La pioggerellina leggera dona moltissimo al luogo: scurisce il tono della roccia, fa brillare di un verde intenso il muschio e conferisce al paesaggio un’aria romantica. Così doveva averlo visto Samuel James Ainsley (1806–1874) quando percorse le necropoli etrusche insieme a George Dennis; nel 1848 il British Museum pubblicò il loro imponente volume Cities and Cemeteries of Etruria. Nell’illustrazione di Ainsley compaiono perfino un’iscrizione etrusca e alcune capre; noi non abbiamo visto né l’una né le altre.

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Quello che invece abbiamo visto è la rovina del castello che compare nell’incisione. È Asso, il castello dell’antica città etrusca di Axia, o meglio, le rovine della fortezza medievale costruita più tardi nello stesso luogo. Della città non resta nulla: probabilmente fu distrutta durante le invasioni barbariche. I suoi abitanti continuano a vivere nella necropoli, dietro porte sigillate, dove nessun barbaro può disturbarli.

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