Città che muoiono

Il termine «la città che muore» fu usato per la prima volta da Bonaventura Tecchi per la sua città natale, Civita di Bagnoregio, alla fine degli anni ’40, e la definizione si radicò così tanto che già nel 1950 fu realizzato un documentario con questo titolo sulla città minacciata dall’erosione.

Ma nella regione Tuscia del Lazio settentrionale ci sono diverse città simili. La geologia del territorio è tale che strati di sedimenti marini argillosi sono stati coperti da formazioni vulcaniche, principalmente rocce tufacee. Queste sono molto soggette all’erosione. L’acqua penetra nelle fessure del tufo e crea cavità che, col tempo, crollano. Il terreno instabile provoca crepe ai margini della roccia, che poi si sfaldano in strati verticali. Quello che all’inizio sembrava un’ottima idea – stabilirsi in cima a una roccia tufacea che offriva protezione – finisce per condurre al progressivo sgretolamento della città.

Calanchi, valli erosive viste dalle mura di Civita di Bagnoregio

Nella zona dellal Tuscia chiamata Vulcani della Sabina ci sono tre città di questo tipo: Civita di Bagnoregio, Calcata e Celleno. Tutte e tre affrontano lo stesso rischio. Negli anni ’30 furono dichiarate ufficialmente inabitabili e iniziò lo spopolamento. Tuttavia, dopo questo, locali, comuni e abitanti hanno adottato strategie diverse in ciascun luogo, con tre destini molto differenti.

Civita di Bagnoregio fu fondata dagli etruschi nel VI secolo a.C.; ci restano la pianta a scacchiera delle vie e una piccola necropoli etrusca. Il cittadino più famoso, San Bonaventura di Bagnoregio (1217-1274), dottore della Chiesa francescana, si ritirava in una sorta di “grotta” usata originariamente come sepolcro etrusco. Dopo di loro arrivarono i romani, dopo la conquista di Velzna (l’attuale Orvieto) nel 264 a.C.

Anche i romani notarono il problema e tentarono di deviare l’acqua piovana con canali per proteggere il tufo. Ciò rallentò il processo, ma non lo fermò completamente. La città medievale era circondata da mura con cinque porte e strade di accesso. Oggi, a causa dell’erosione, rimangono solo frammenti delle mura, nessuna strada originale è sopravvissuta e solo una porta è rimasta: la Porta di Santa Maria.

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Mosaico di Santa Vittoria martire, patrona della città, inserito nelle mura crollate accanto alla porta. La reliquia della santa era custodita in chiesa, ma fu rubata nel 1888. L’iscrizione recita: «…anche se sei sparita, prega per noi»

Negli anni ’30, sulla base di pareri tecnici del Ministero dei Lavori Pubblici, il Ministero dell’Interno dichiarò il borgo pericoloso e il prefetto ordinò lo sgombero e la futura demolizione. Oggi ci stupiamo all’idea di abbattere città di 2.500 anni, ma allora si inseriva bene nella visione fascista del patrimonio, che riteneva poco preziosi i poveri resti medievali e “ripuliva” con forza i monumenti romani dai secoli di aggiunte medievali, abitazioni e botteghe, processo noto come «sventramento di Roma», da cui derivano le vaste e sterili aree archeologiche del centro oggi.

La demolizione fu ritardata dalla guerra, ma gli abitanti, consapevoli della condanna, cercarono di trovare le migliori abitazioni nei paesi vicini. Dopo la guerra, per l’Italia impoverita, le amministrazioni locali avevano problemi più urgenti che eseguire gli ordini di demolizione e garantire nuove case agli sfollati. Così, negli anni ’60, restavano circa 120 abitanti su 1.200.

La città intorno al 1900. Le vecchie strade sono ancora percorribili.

E qui avvenne la grande svolta. Il comune della città doppia – Civita e la nuova Bagnoregio – si chiese: se questi 120 abitanti vogliono restare, di cosa hanno più bisogno? La risposta fu: una strada al posto delle vecchie, per muoversi dentro e fuori la città e collegare il borgo antico con quello nuovo. Così, nel 1965, il comune realizzò il ponte su piloni in cemento armato, ancora oggi l’unica via percorribile per la città. Non una città fiorente, ma sufficiente per 120 persone.

Ma presto la strada iniziò a essere usata anche da altri. Oltre ai pochi turisti, i cineasti che così scoprirono la città sospesa nel cielo e iniziarono a usarla come set. I due colonnelli (Steno, 1962), Contestazione generale (Luigi Zampa, 1970), In the name of the father (Jim Sheridan, 1993), Terra nostra (telenovela brasiliana, 2002), Pinocchio (Roberto Benigni, 2009), Questione di karma (Edoardo Falcone, 2017), Puoi baciare lo sposo (Alessandro Genovesi, 2018), Lazzaro felice (Alice Rohrwacher, 2018) – solo i film più iconici e premiati, che hanno aumentato la notorietà del borgo. E senza contare i numerosi documentari dedicati alla città.

Ma la popolarità più grande arrivò con un film il cui regista non aveva mai visitato la città. Hayao Miyazaki vide Civita solo in foto, ma dichiarò che l’aveva ispirato per Laputa – Il castello nel cielo (1986). Al centro del film c’è una città sospesa, vagamente simile a Civita, ma i pubblici giapponese e cinese l’hanno accettata come tale, e da allora la città riceve sempre più visitatori ogni anno.

Negli anni 2010 il film esplose in Cina e il 天空之城 tiānkōng zhī chéng, “la città nel cielo”, è diventato uno dei principali luoghi da visitare dagli turisti cinesi in Italia. Negli anni ’90 – per mia esperienza – i cinesi conoscevano solo Venezia e il Pantheon, ma ora, con la possibilità di viaggiare per la classe media (solo il 7% dei 1,5 miliardi di cinesi possiede passaporto, più del doppio della popolazione italiana), le agenzie turistiche propongono itinerari di 8-10 giorni da Roma a Venezia passando per Firenze, Civita e Orvieto. Oggi circa 850.000 turisti cinesi visitano la città, che ha solo 10 abitanti registrati. Non tutti sono contenti, ma questo mantiene viva Civita, e ha portato la città al centro di studi internazionali, pubblicando ricerche di architettura e sociologia urbana attente all’overtourism, come il libro di Giovanni Attili Civita (2021).

Cosa è successo quindi? Gli abitanti, seppur in numero ridotto, volevano rimanere in città, e il comune ha creato la condizione minima per permetterlo: il ponte. Il resto lo ha fatto la vita. L’erosione non si è fermata, ma la città ha fatto propria la minaccia, trasformandola in un marchio. Civita di Bagnoregio, la città morente, ormai più vicina al cielo che alla terra. E il marchio è diventato un brand turistico di massa. La città è fiorita. Questo spettacolare fiorire ha spinto le autorità locali e nazionali a investire nella continua ricerca su come fermare o rallentare l’erosione.

tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2tuscia2Dopo il cancello si arriva nella piazza della chiesa, intorno alla quale si trovano la maggior parte dei negozi e dei ristoranti. Ma la città è piena anche di piccole piazze, cortili e angoli splendidamente curati.

tuscia3tuscia3tuscia3tuscia3tuscia3tuscia3tuscia3tuscia3La chiesa di San Donato è piena di oggetti devozionali, affreschi e immagini dal XV al XVIII secolo, testimonianza della intensa religiosità popolare.

Simbolo di Civita di Bagnoregio è l’asino (qui in una foto degli anni ’40), mezzo di trasporto principale per secoli. Nella piazza davanti alla chiesa si teneva anche ogni anno una palio degli asini.

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Calcata nacque anch’essa come insediamento etrusco nell’area di influenza di Velzna, poi entrò nell’Etruria romana e successivamente nello Stato Pontificio. A causa dell’erosione, gli abitanti delle case che si staccavano lentamente dal bordo della roccia iniziarono a trasferirsi nei dintorni già dal XVI secolo, ma la dichiarazione ufficiale di inabitabilità arrivò solo negli anni ’30 del Novecento. L’esecuzione dei decreti di evacuazione e demolizione fu ritardata dalla guerra. Negli anni ’60 la maggior parte si trasferì nei paesi vicini. Le case rimaste più esterne continuano quasi in linea retta la parete rocciosa verticale, creando da lontano un effetto sospeso, da cui deriva il soprannome epico del luogo, “il castello nel cielo”.

Tuttavia, anche qui avvenne un colpo di scena. Durante l’apice del movimento hippie italiano, il villaggio cominciò ad essere abitato da giovani artisti provenienti da Roma e altrove. All’inizio si trasferirono illegalmente, poi comprarono a basso costo le case dai vecchi abitanti e le ristrutturarono. Nacque una vivace comunità artistica, alcuni dei cui membri sono ancora oggi famosi in Italia e all’estero, inclusi stranieri come Marijcke van der Maden, artista di burattini. Si formarono celebri gruppi creativi come il Gruppo Libero o il Piccolo Teatro di Calcata fondato da Marco Rosselli. E naturalmente arrivarono anche teorici dell’arte come Paolo Portoghesi o Simona Weller, che diedero prestigio al villaggio nel più ampio contesto intellettuale. Il New York Times nel 2007 lo descrisse come “forse il borgo più cool d’Italia, abitato da circa 100 artisti, bohémien, hippie invecchiati e persone dallo spirito New Age in una comunità un po’ pazza”. E accadde l’impensabile: vedendo il fiorire della comunità, le autorità ritirarono i decreti di sfratto e demolizione, legalizzando il villaggio e la sua nuova società, che oggi vive felice. Durante la settimana vive della propria vita, ma nei weekend arrivano molti visitatori da Roma, a soli 40 km di distanza, e in quei giorni – come il sabato in cui siamo stati noi – ogni piccolo ristorante, bar e negozio artigianale cerca di offrire un pasto o un acquisto quotidiano.

Il villaggio ha un’aura misteriosa perché dal 1527 al 1983 vi fu custodita una reliquia considerata tra le più sacre: il Santissimo Prepuzio, ovvero il prepuzio di Gesù, tagliato l’ottavo giorno dopo la nascita, il 2 gennaio, secondo la tradizione ebraica. La sua importanza derivava dal fatto che – escluso il Santo Graal con il sangue di Cristo – era l’unico frammento del corpo umano di Cristo rimasto al mondo. La reliquia fu trafugata da una lancia tedesca luterana durante il sacco di Roma del 1527, ma intercettata a Calcata, dove fu nascosta nella sua cassa. Solo nel 1557 fu scoperta, diventando il tesoro custodito di Calcata, che trasformò il luogo in “città santa” e meta di pellegrinaggi. La piccola chiesa fu dedicata al Santo Nome di Gesù, festeggiato il 2 gennaio, giorno della circoncisione, e in quella giornata la reliquia veniva portata in processione. Tuttavia, col tempo, la reliquia divenne imbarazzante per il Vaticano e nel 1900 chiunque ne parlasse rischiava l’excommunicatio. Calcata, però, continuò il secolare rito finché nel 1983 il parroco locale annunciò che la prossima processione non si sarebbe tenuta perché la reliquia era stata purtroppo rubata. Chi l’avesse fatto, non si seppe, e nessuna denuncia fu presentata; il villaggio crede che lo stesso parroco l’abbia nascosta per ordine superiore.

La storia di Calcata è quindi quella di una popolazione che ha quasi completamente abbandonato la città rocciosa, ma di un altro gruppo che l'ha scoperta e abitata. Non hanno fatto del declino un marchio, ma hanno dato alla città una nuova identità viva, nata dal basso. Questa identità si è rivelata un successo, e le autorità alla fine hanno dato il loro benestare alla sopravvivenza. Non conosco tentativi di fermare l'erosione, ma le case al margine non sono abitate e finché l'erosione non raggiunge il centro della città, qualcosa può ancora accadere. Almeno, se non altro, qualche decennio ben vissuto.

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Celleno è stata abitata fin dall’età del bronzo, anche prima degli altri due paesini. Ha avuto anch’essa periodi etruschi e romani. Nel Medioevo era il centro della zona, controllato dall’arcidiocesi di Viterbo e dalle famiglie aristocratiche locali. Nella piazza principale si trova ancora oggi il castello degli Orsini.

Anche questo borgo ha il suo motto: «il borgo fantasma». Avvicinandosi, il nome compare su tutte le indicazioni stradali. Per ora non sappiamo cosa significhi.

A un chilometro dalla città, su un colle, si trova l’ex convento francescano, con l’abside della chiesa romanica che sporge e un bel portico arcuato davanti all’ingresso. Ci fermiamo davanti, da qui si gode una bella vista su Celleno e facciamo fotografie. All’ingresso c’è scritto che ogni giorno è possibile visitare il chiostro dalle 10 alle 12:30. Suoniamo il campanello.

Il convento fu fondato nel 1610 attorno alla chiesa dell’XI secolo per il ministero pastorale della zona. Il chiostro rustico e massiccio fu decorato da un frate nel 1716 con i ritratti dei santi francescani e scene della vita di San Francesco. Negli anni ’50 del XVIII secolo fu costruito il muro del giardino del convento lungo la strada verso la città, con le stazioni della Via Crucis.

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Il monastero fu duramente colpito dalle leggi di soppressione del 1875. Queste miravano a indebolire il potere papale, ridurre l'influenza sociale della Chiesa e appropriarsi della sua forza economica. I danni furono enormi. Biblioteche, opere d’arte, collezioni e tradizioni viventi furono distrutte in massa. Questo accadde anche al monastero di Celleno, che, dopo lo sfratto dei francescani, passò in mani private. La sua biblioteca e l’arredo della chiesa scomparvero, le due chiese oggi sono vuote e inaccessibili. Parte degli edifici e i bassorilievi ceramici delle stazioni della Via Crucis furono anch’essi distrutti.

Proseguiamo, parcheggiamo ai piedi della roccia del centro storico. Da qui si può salire solo a piedi. Dall’ingresso intravediamo rovine ricoperte di edera. Accanto al portale, un cartello indica INFOPOINT. Entro: un uomo al telefono al banco alza lo sguardo e ci segnala che uscirà subito. Sarà lui a raccontare la storia.

Anche Celleno fu destinata allo svuotamento e alla demolizione negli anni ’30. Gli abitanti si trasferirono ai piedi della roccia in nuove case, ma mantennero le vecchie come stalle e vi salivano ancora. Nessuno si occupava più dello scolo delle acque e l’erosione accelerò. Negli anni ’60 il Comune decise, per evitare maggiori rischi, di eseguire il decreto di demolizione fascista. Le case del villaggio furono fatte saltare, ad eccezione della piazza principale.

Oggi, varcando il portale, vediamo ancora il Palazzo Orsini, la chiesa, l’ex canonica e il campanile. Ma proseguendo dalla piazza, tutto ciò che resta sono rovine.

In questa città, negli anni decisivi del ’60, al contrario delle altre due, non fu creata una nuova identità, non fu aperta una nuova narrazione: si decise di sopprimerla secondo la razionalità della sicurezza.

Eppure c’era domanda per una nuova narrazione. Gli abitanti del villaggio oggi curano con grande affetto quel poco che è rimasto. Hanno fondato un’associazione culturale, i cui volontari siedono all’infopoint e guidano i visitatori. Nella chiesa è stato allestito un museo, al centro del quale si trova un enorme plastico del vecchio villaggio: ci hanno lavorato sei anni. Sulle pareti vecchie fotografie ingrandite mostrano donne in costume tradizionale che osservano il villaggio. In una teca sono esposti frammenti di ceramica trovati in un’antica fossa medievale del villaggio, restaurati dagli studenti della scuola di restauro di Viterbo. Tra le rovine è stato creato un percorso pedonale e le rovine sono rese più “umane” con installazioni naïf, biciclette arrugginite, lattine per il latte e vecchi attrezzi. E la “munizione” culturale per la nuova identità c’era, perché nel Palazzo Orsini si trasferì il celebre pittore Enrico Castellani, come ricorda una targa sulla parete.

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Probabilmente un’antica scritta socialista/comunista sul muro del vecchio castello: “Il castello che dobbiamo prima conquistare e poi abitare degnamente…”. Non ci sono riusciti.

La creazione di una nuova identità – tardiva e parziale – si limitò al fatto che l’associazione culturale registrò il termine „borgo fantasma”, che così può usare solo Celleno. Hanno documenti legali che attestano che sono stati loro a distruggere consapevolmente il loro patrimonio. E nel nuovo villaggio è già comparsa, sopra uno o due negozi, una piccola fantasma, figura di piccolo fantasma con un lenzuolo bianco.

Quello che resta, quello che è in rovina, e quello di cui non rimane più nulla

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Tre colli, tre destini.

Uno ha accettato la rovina, anzi l’ha fatta diventare un marchio, ma nel frattempo ha fatto quel poco che poteva per chi voleva sopravvivere. E da quel poco è nata una straordinaria sopravvivenza.

Il secondo ha rifiutato la rovina, dando alla città una nuova identità vitale. Con la reinterpretazione, il territorio del degrado è diventato un laboratorio creativo e attraente.

Il terzo ha accettato la rovina. Non ha dato una nuova identità alla città, ma ha eseguito la decisione razionale dell’autorità. Ora se ne pentono e cercano di dare nuova identità a ciò che resta del villaggio. Lo sforzo merita rispetto e compassione.

Le città non sono fatte solo di pietre, ma anche di narrazioni. E le narrazioni influenzano il destino delle città.

Chi riceve una diagnosi di malattia mortale può decidere se fare quel poco necessario per vivere dignitosamente fino a quel momento, se trascorrere i giorni restanti in buona compagnia, o anticipare l’inevitabile sparandosi.

È come vedere l’illustrazione finale di Il viaggiatore e il chiaro di luna in tre varianti: „Finché l’uomo vive, qualcosa può ancora accadere.”

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