Tra le numerose stele funerarie conservate nella vasta necropoli di Apollonia, oltre a quella di cui abbiamo parlato in precedenza, ve ne sono molte altre altrettanto affascinanti. Una di esse è questa stele funeraria romana del I secolo d.C., al centro della quale è raffigurata una lepre accovacciata.
Una lepre — simbolo per eccellenza della timidezza — su una stele romana, dove ci aspetteremmo piuttosto un'aquila, un leone o magari un cavallo?
Osserviamo più da vicino ciò che abbiamo davanti.
Nella parte superiore della pietra si distingue senza alcun dubbio una simpatica lepre dagli occhi grandi. Le forme arcuate che la circondano possono a prima vista ricordare l'ingresso di una tana, ma osservandole meglio si rivelano essere i nastri che pendono da una ghirlanda posta al di sopra. Insieme formano un baldacchino protettivo del tipo che, nel rituale funerario romano, veniva collocato sopra una tomba appena realizzata per proteggere l'anima del defunto dagli spiriti maligni durante il suo viaggio verso l'Oltretomba.
Collocando la lepre sotto questo baldacchino, lo scultore la associa all'anima e, allo stesso tempo, la separa dal mondo terreno. Questa parte del rilievo non rappresenta quindi il mondo dei vivi, bensì uno spazio sacro appartenente all'aldilà.
Sebbene piuttosto rara, la lepre associata all'anima e all'oltretomba compare anche su altri monumenti funerari romani. Un esempio è una stele di Lincoln, dove un giovane la tiene tra le mani. Un altro si trova sulla sommità della tomba di un medico militare a Newcastle.
In entrambi i casi la lepre svolge il ruolo di psicopompo, guida dell'anima. La sua rapidità simboleggia il veloce viaggio dell'anima verso la sua destinazione nell'aldilà e, quale animale sacro di Dioniso (Bacco), richiama anche il banchetto beato che attende i giusti dopo la morte.
Sotto il leprotto si trova un’iscrizione greca:
ΒΑΛΕΡΙΟΣ ΣΕΚΟΥΝΔΟϹ
Ο ΠΑΤΡΟΙϹ ΜΝΗΜΙ
ΟΝΕΘΗΚΕΝ
Valerius Secundus eresse questo monumento funerario per i suoi genitori.
L’iscrizione Ο ΠΑΤΡΟΙϹ ΜΝΗΜΙ ΟΝΕΘΗΚΕΝ, invece della forma greca standard οἷς πατράσι μνήμης ἐνέθηκεν, può riflettere semplicemente una grafia più libera — oppure forse una forma dialettale locale. Più sorprendente, tuttavia, è il fatto che il monumento riporti soltanto il nome del dedicante, e non quelli dei defunti. Perché?
La stele, naturalmente, fu eretta in memoria dei defunti. Tuttavia ciò poteva avvenire anche senza menzionarne i nomi, così come innumerevoli tombe in tutto l’Oriente non recano alcun nome: finché la famiglia sopravviveva, tutti sapevano chi riposasse sotto la pietra; una volta scomparsa la famiglia, chi avrebbe ancora avuto bisogno di saperlo? Allo stesso tempo, il monumento assolveva a un’altra funzione importante: dimostrare pubblicamente la pietas, proclamando che Valerio Secondo aveva adempiuto fedelmente al proprio dovere filiale verso i genitori. Così, un memoriale dei defunti accresceva anche il prestigio dei membri viventi della famiglia.
Un’altra possibile spiegazione è la seguente. In questo periodo Apollonia si trovava nel pieno della trasformazione da città greco-illirica a città romana. Il nome Valerius Secundus indica chiaramente la cittadinanza romana. I suoi genitori potevano ancora portare nomi greci o illirici e non aver mai ottenuto la cittadinanza romana. Il figlio, invece, evidentemente sì, e, esibendo in modo evidente il proprio nome romano completo, proclamava pubblicamente l’ascesa sociale della famiglia e il nuovo status giuridico acquisito.
Roma portò Apollonia sotto il proprio controllo nel 229 a.C., in seguito alla prima guerra illirica. Ufficialmente, tuttavia, la città non fu conquistata: si arrese volontariamente alla flotta romana in cambio di protezione contro i pirati e le forze d’invasione della regina illirica Teuta. Pur restando formalmente un’alleata indipendente, in pratica divenne un protettorato romano e una stabile testa di ponte e base militare per le legioni nei Balcani.
Quando il re Filippo V di Macedonia assediò la città nel 214 a.C., una forza di soccorso romana guidata da Marco Valerio Levino la difese con successo, assicurandone definitivamente la fedeltà a Roma. Intorno al 146 a.C., il porto della città divenne il terminale occidentale della Via Egnatia, la principale via militare dell’impero attraverso i Balcani.
Durante la guerra civile tra Giulio Cesare e Pompeo, Apollonia si schierò con Cesare. Dopo la vittoria, nel 48 a.C., egli ricompensò la città con autonomia ed esenzione fiscale (civitas libera et immunis). Nel 45 a.C. vi inviò il suo pronipote Ottaviano per acquisire esperienza pratica nell’amministrazione provinciale e nelle attività militari, in vista della progettata campagna contro i Parti. Fu ad Apollonia che il futuro imperatore Augusto acquisì gran parte dell’abilità politica e della visione strategica che gli permisero in seguito di smantellare la Repubblica romana e istituire il Principato. Qui si approfondì anche la sua amicizia con Marco Vipsanio Agrippa, che sarebbe diventato il suo più brillante generale e uno dei principali artefici della supremazia militare di Roma. Qui, inoltre, l’astrologo Teogene lesse nel tema natale di Ottaviano che era destinato a dominare il mondo. Ed era proprio mentre si trovava ad Apollonia che Giulio Cesare venne assassinato. Se fosse stato a Roma in quel momento, molto probabilmente avrebbe condiviso il destino di Cesare. Invece, la sicurezza di Apollonia e il sostegno politico delle legioni vicine gli conferirono il vantaggio decisivo che gli permise di prevalere nelle guerre civili successive e di diventare infine il primo imperatore di Roma. Augusto confermò poi i privilegi della città, mantenendone l’esenzione fiscale e lo status autonomo, contribuendo a farne una delle città più prospere della regione.
Infine, è anche possibile che la stele si trovasse sopra il luogo di sepoltura di un’intera famiglia. Ciò spiegherebbe perché non è rappresentata alcuna figura individuale che tenga in mano la lepre, come nella stele di Lincoln. Qui la lepre solitaria fungeva da guida per tutte le anime sepolte al di sotto.
Infine, sotto l’iscrizione sono scolpiti in modo ben evidente tre oggetti: una brocca (oinochoe o urceus) per le libagioni; un vaso a tre piedi (tripus) usato per i sacrifici o come bruciaprofumi; e una sedia (cathedra o klismos), il seggio del capofamiglia, lasciato deliberatamente vuoto durante il banchetto funerario come posto destinato allo spirito degli antenati. Insieme, questi tre oggetti simboleggiano il corretto svolgimento dei riti commemorativi per i defunti.
Nell’Apollonia romana, il banchetto funebre (silicernium o cena novendialis) non era affatto soltanto un momento di lutto. Serviva anche a esibire lo status sociale, a rafforzare i legami comunitari e a riconciliare i vivi con lo spirito del defunto.
Il giorno del funerale, i parenti più stretti offrivano un sacrificio presso la tomba, che ad Apollonia si trovava nella necropoli settentrionale o orientale fuori dalle mura della città. Di solito si trattava del sacrificio di un maiale alle divinità legate alla fertilità della terra e al regno dei morti.
Dopo il corteo funebre e la cremazione o inumazione, la famiglia consumava immediatamente un modesto pasto simbolico (silicernium) accanto alla tomba. Si credeva che lo spirito del defunto (manes) fosse presente e condividesse il pasto con i vivi. Gli oggetti scolpiti nella parte inferiore della stele rappresentano proprio questo momento. Nel vaso a tre piedi veniva bruciata la brace, sulla quale si spargevano profumi per purificare il luogo. Dalla brocca si versavano vino, latte o acqua come libagione sul terreno o in appositi condotti libatori costruiti direttamente nella tomba. I dolenti sedevano su sedie e panche scolpite simili a quelle raffigurate sul monumento stesso.
La famiglia tornava poi a casa e osservava nove giorni di rigoroso lutto. Durante questo periodo la casa era considerata ritualmente impura: i membri della famiglia non si radevano, non indossavano gioielli e portavano toghe scure da lutto (toga pulla).
Il nono giorno la famiglia tornava alla tomba per il banchetto funebre formale (cena novendialis). Il pasto comprendeva in modo significativo uova, lenticchie, fagioli, pollame, frutti di mare, pane fresco e vino. Una sedia veniva lasciata deliberatamente vuota in onore del defunto, con cibo e bevande poste davanti ad essa, a significare che il defunto continuava a far parte della famiglia. Al termine del banchetto i partecipanti deponevano formalmente gli abiti da lutto, riprendevano la vita quotidiana e consideravano il defunto definitivamente accolto tra gli spiriti degli antenati (Di Manes).
E questo banchetto non era un evento unico. Ogni febbraio, durante le feste romane dei Parentalia e dei Feralia, così come nell’anniversario della nascita del defunto, i cittadini di Apollonia tornavano alla tomba per ripetere il pasto rituale, riutilizzando ancora una volta il vaso a tre piedi e la brocca per le libagioni.
La stele trasmette dunque un messaggio chiaro: “Ecco Valerius Secundus, che, avendo ottenuto la cittadinanza del nuovo potere romano, compì il proprio dovere verso i genitori osservando correttamente i riti funebri, affinché le loro anime potessero giungere rapidamente alla dimora dell’aldilà con la velocità della lepre.” E innalzò un degno monumento tanto a loro quanto a sé stesso. Tuttavia, con la sobria economia pratica che ci si aspetterebbe da un prudente cittadino romano, non fece incidere i loro nomi, permettendo così al monumento di commemorare ogni membro della famiglia morto prima — o destinato a morire dopo — fino alla fine dei tempi, o almeno fino a quando un viandante ungherese non fosse giunto ad Apollonia a scrivere questo post.












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